In alcune opere fondamentali di Leonardo da Vinci, come la Vergine delle Rocce e il Cenacolo, compare un elemento ricorrente e sorprendente: la mano della Vergine, rappresentata con una forma, una torsione e un movimento delle dita che si ripetono con straordinaria coerenza, pur in contesti iconografici differenti.



Questa mano non appare come un semplice dettaglio anatomico, ma come un segno autonomo, dotato di una propria forza espressiva e simbolica. È una mano che non si limita ad accompagnare il corpo, ma indica, sposta, accorda, creando una tensione narrativa nello spazio del dipinto
Il gesto come “moto da luogo”
Il movimento articolato della mano, spesso ribaltato, sospeso, apparentemente innaturale, può essere letto come un “moto da luogo”, termine che nella lingua italiana si traduce simbolicamente con la preposizione DE.
Non si tratta di un semplice gesto, ma di un’azione che suggerisce origine, provenienza, separazione: qualcosa che accade per volontà altra, non per scelta umana.
In questo senso, la mano diventa un vettore di significato, capace di trasferire l’attenzione dal piano visibile a quello invisibile.
La mano come rebus
In una seconda lettura, la mano della Vergine viene scomposta nei suoi elementi costitutivi:
MANO – POLLICE – INDICE – MEDIO – ANULARE – MIGNOLO
Questa sequenza, letta come un rebus simbolico, conduce a una soluzione anagrammatica:
“L’ANGELO DICE IL MIO NOME, COLPE NUMI DIANORA”

La frase non va intesa in senso letterale, ma come costruzione simbolica:
COLPE NUMI significa che quanto accaduto non è frutto di colpa umana, bensì di una volontà superiore, di poteri o forze che trascendono l’individuo.
Una maternità segreta, una narrazione nascosta
All’interno di questa decodifica, la figura di Dianora Tornabuoni emerge come simbolo di una maternità taciuta e protetta. Non si tratta di una ricostruzione storica in senso accademico, ma di una lettura iconica e simbolica che attraversa le opere leonardesche, dove il tema della nascita, del nome e dell’origine ritorna con insistenza.
L’angelo che “dice il nome” richiama il battesimo, l’identità, l’atto fondativo dell’essere. Il gesto della mano, ancora una volta, non accusa, ma custodisce e protegge.
La mano come archetipo
In conclusione, la mano nella visione leonardesca è:
potenza del gesto, accordo, indicazione, spostamento, archetipo, simbolo, protezione, benedizione, segreto, senso.
È una mano che apre, fissa, trasmette.
Un segno silenzioso che, se osservato con attenzione, rivela una narrazione nascosta, stratificata, profondamente umana.
Questo blog nasce per esplorare questi segni, non per imporre verità, ma per invitare a guardare le opere di Leonardo con uno sguardo nuovo: più lento, più attento, più disposto ad ascoltare ciò che le immagini, ancora oggi, sembrano volerci dire.
Maurizio Pecorari
31/12/2025

Sei davvero straordinario, sia nel senso di non ordinario sia nel senso di molto personale. Bravissimo. Non ho elementi per confutare o assecondare la tua interpretazione, ma è davvero molto affascinante…
Grazie Marco per le tue parole sincere