Una riga del Codice Arundel, un notaio della Signoria, un frate copista e un navigatore che diede il nome a un continente. Le mie ricerche sulla famiglia Vespucci.
Intorno al 1503, di nuovo a Firenze, Leonardo da Vinci scrive una riga isolata in uno dei suoi quaderni, oggi raccolti nel Codice Arundel della British Library, al foglio 132 verso:
«El Vespuccio mi vol dare uno libro di gioemetria».
La storia ufficiale la legge come un promemoria qualunque: un amico che presta un libro. Io l’ho letta con lo stesso metodo con cui leggo i dipinti di Leonardo. Le quaranta lettere di quella riga, ricomposte senza toglierne né aggiungerne una, dicono:
«Muove mi vedergli l’isole di Caterina, rubo copio».
Mi spinge a vederle, le isole di Caterina: le rubo, le copio. Caterina è la madre di Leonardo. Le isole sono quelle da cui, secondo la mia ricostruzione, lei veniva: le Antille. E il libro di geometria non è un trattato qualunque. Per capire di che libro si tratti, bisogna conoscere i Vespucci.
Un notaio che custodiva i segreti di Stato
Ser Amerigo di Stagio Vespucci fu notaio della Signoria di Firenze dal 1434 al 1470. Per trentasei anni registrò gli atti del governo della città, compresi quelli degli anni in cui, secondo la mia ricostruzione, i Medici e i Malatesta organizzarono il primo viaggio oltre l’oceano, tra il 1446 e il 1448. La Cavalcata dei Magi di Benozzo Gozzoli fu la celebrazione di quei primi viaggi: un dipinto in codice che, secondo la mia ricostruzione, è la mappa delle terre caraibiche.

Suo figlio Giorgio Antonio, nato nel 1434, fu umanista, copista di testi greci e latini per i librai fiorentini, poi canonico del Duomo e infine frate domenicano a San Marco. La sua biblioteca, alcune centinaia di volumi, comprendeva testi geografici, cosmografici, matematici e geometrici.
La mia ipotesi è questa. Le carte di quel viaggio, cioè le coste, le rotte e le isole disegnate da chi era stato laggiù, insieme alle osservazioni del cielo di Paolo dal Pozzo Toscanelli, il cosmografo dei Medici, passarono per le mani di ser Amerigo. Il notaio le fece ricopiare in un libro dal figlio copista. Un libro di carte, copiato in casa da un figlio fidato e custodito da una famiglia di notai, era il modo più sicuro per conservare un segreto. Da allora il libro rimase in famiglia.
La cappella di Ognissanti
Che i Vespucci custodissero quel segreto, lo dice la loro stessa cappella. Nella chiesa di Ognissanti, a Firenze, intorno al 1472 Domenico Ghirlandaio dipinse per la famiglia la Madonna della Misericordia. La Vergine apre le braccia, due angeli sollevano i lembi del suo mantello, e sotto sono inginocchiati gli uomini a sinistra e le donne a destra. La lettura corrente vi vede la famiglia raccolta sotto la protezione divina, e tra i volti il giovane Amerigo, il futuro navigatore.

Io vi vedo altro. Il mantello che avvolge tutti è la terra: verde all’esterno, buio e misterioso all’interno, aperto come ali di pipistrello, così lungo che continua oltre i limiti della lunetta, come una terra che non finisce dove finisce il mondo conosciuto. In primo piano campeggiano due vesti, una rossa e una nera. La rossa è un richiamo: crea l’evidenza, e con il suo contrasto sposta l’attenzione sulla massa nera accanto, indefinita, senza volume. È uno sbilanciamento voluto. La veste nera è il potere temporale, segreto e misterioso: non ne vediamo il volto, ma dal profilo appena accennato possiamo seguire la direzione del suo sguardo, rivolto verso l’epigrafe del basamento. E tra tutte le figure una sola guarda fuori dal dipinto, verso di noi: l’uomo vestito di scuro nel gruppo di sinistra. È Giorgio Antonio, il regista dell’opera, quello che trattò con il pittore e gli diede le direttive. È lui che richiama la nostra attenzione.

Queste figure non sono lì per caso. Il linguaggio del corpo funziona come un sistema di coordinate: il rosso attira l’occhio, il nero lo trattiene e lo guida, uno sguardo cerca il nostro, l’altro ci indica dove guardare. La scena non è soltanto una rappresentazione, ma un’indicazione precisa: è in quell’epigrafe che si nasconde il vero «volto» del dipinto.
Sul gradino ai piedi della Vergine è scritto il versetto del salmo:
MISERICORDIA DOMINI PLENA EST TERRA
La terra è piena della misericordia del Signore. Le stesse trentuno lettere, ricomposte, dicono:
«Sì, mio padre ci mostra l’indiane terre».
Il padre che mostra le terre indiane è, a mio giudizio, ser Amerigo, il notaio che di quei viaggi aveva saputo e visto i documenti segreti.
Il libro e Leonardo
Amerigo, il nipote di Giorgio Antonio, nato nel 1454, crebbe a Firenze negli stessi anni di Leonardo. Credo che sia stato lui, prima del 1482, a mostrargli il libro dello zio. Leonardo vi vide finalmente disegnata l’isola che conosceva soltanto dal racconto della madre, e ne trasse delle copie. Le portò con sé quando, nel 1482, Lorenzo il Magnifico lo mandò a Milano. Pochi anni dopo, nella Vergine delle Rocce, quelle isole compaiono nelle aperture della grotta e nel corpo stesso della Vergine.


Vent’anni più tardi Giorgio Antonio, ormai frate, gli offre di nuovo quel libro. Leonardo annota l’offerta nel suo quaderno, e nelle lettere della stessa riga confessa ciò che aveva fatto la prima volta: rubo, copio.
Da mercante a primo cartografo di Spagna
Amerigo non era un navigatore. Veniva da una famiglia di notai e fino ai quarant’anni fece l’uomo d’affari, al servizio di Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici, il cugino del Magnifico, di cui lo zio Giorgio Antonio era stato precettore. Nel 1492 era a Siviglia, accanto al mercante fiorentino Giannotto Berardi, che finanziava le imprese di Colombo. Nel 1499 partì come pilota con la spedizione di Alonso de Ojeda; nel 1501 navigò per il re del Portogallo lungo le coste del Brasile.
Nella lettera a Piero Soderini Amerigo ricorda i primi principi imparati sotto «il venerabile religioso frate di San Marco, fra Giorgio Antonio Vespucci». Nel 1507 Martin Waldseemüller propose di chiamare il nuovo continente America. Nel 1508 la corona di Castiglia nominò Amerigo piloto mayor, responsabile della carta ufficiale delle Indie.
Un mercante fiorentino senza esperienza di mare diventa così, in pochi anni, il primo cartografo di Spagna. La storia ufficiale non lo spiega bene. La mia ricostruzione lo spiega: aveva studiato su un libro che nessun altro aveva.
Dove è finito il libro?
Il libro originale era troppo prezioso per essere distrutto e troppo pericoloso per essere mostrato. Alla morte di Giorgio Antonio, nel 1514, la sua biblioteca era già divisa tra il Duomo e il convento di San Marco. In una raccolta smembrata in più luoghi e in più momenti, un libro che non doveva comparire poteva non comparire mai.
Credo che sia passato a un nipote: Giovanni Vespucci, nato intorno al 1486, figlio di Antonio, fratello maggiore di Amerigo. Giovanni aveva raggiunto lo zio a Siviglia, e nel testamento dell’aprile 1511 Amerigo gli lasciò i suoi strumenti di navigazione e «todos mis libros», tutti i suoi libri. Delle carte e delle relazioni di viaggio il testamento non dice nulla: in un cartografo, è un silenzio che pesa.
Nel 1512, alla morte di Amerigo, Giovanni divenne pilota della corona; nel 1524 sedeva come esperto alla giunta di Badajoz, dove Spagna e Portogallo trattavano la spartizione delle terre nuove. Nel 1525 fu rimosso dall’incarico, forse per sospetto di spionaggio a favore di Firenze, e dopo il 1528 se ne perdono le tracce. Le carte di un pilota caduto in sospetto venivano sequestrate. Il libro potrebbe essere finito nelle collezioni della corona di Castiglia: proprio nelle mani della potenza a cui il papa aveva ceduto quelle terre.
Chi volesse cercarlo sa che cosa cercare: un manoscritto cosmografico italiano del Quattrocento, senza autore, scritto nella mano di Toscanelli, che ne redasse l’originale, o in quella di Giorgio Antonio, che lo ricopiò. I luoghi dove cercare sono l’Archivo General de Indias e la Biblioteca Colombina a Siviglia, l’Escorial, la Biblioteca Nacional e il Museo Naval di Madrid. In Italia, la Biblioteca Medicea Laurenziana e gli antichi inventari di San Marco.
E la copia di Leonardo?
La copia di Leonardo seguì il suo autore fino alla fine. Dove si trovi l’hanno scritto, a modo loro, lui e il suo allievo Francesco Melzi. Ma questa è un’altra storia, che racconterò in un prossimo articolo.
Che cosa è documentato, che cosa è mia ricostruzione
Sono documentati:
- la nota di Leonardo nel Codice Arundel;
- l’incarico di ser Amerigo come notaio della Signoria;
- la biblioteca e la vita di Giorgio Antonio;
- la Madonna della Misericordia di Ghirlandaio in Ognissanti;
- la carriera di Amerigo e il suo testamento del 1511;
- la carriera e la rimozione di Giovanni Vespucci.
Sono letture e ricostruzioni mie:
- gli anagrammi;
- il passaggio delle carte di Toscanelli ai Vespucci;
- l’esistenza del libro e le copie di Leonardo;
- il destino del libro dopo il 1514.
Le propongo come ipotesi da verificare, e indico dove.
Questa ricerca fa parte del mio nuovo libro, «Il Rinascimento taciuto», di prossima pubblicazione, in cui racconto per intero la storia delle prime scoperte delle Americhe e del patto delle signorie italiane, letta nelle opere di Leonardo, Benozzo Gozzoli, Piero della Francesca, Andrea Mantegna e Domenico Ghirlandaio.
Maurizio Pecorari
