
Proiezione dell’isola delle origini di Caterina la madre : “Carriacou il principio della forma”
Fu osservando “La Vergine delle Rocce” che una forma si impose per la prima volta al mio sguardo — non cercata, non prevista: una sagoma esistente in natura, nascosta nel corpo stesso del dipinto, la cui funzione era essenzialmente propedeutica, un richiamo silenzioso all’attenzione di chi sapesse fermarsi a guardare oltre la superficie. Solo in un secondo momento venne la domanda che avrebbe cambiato tutto: quella forma aveva un nome?
Il percorso che seguì — e che racconto per intero in questo libro — mi portò a una scoperta che non avrei potuto prevedere: Leonardo aveva progettato i suoi impianti iconografici partendo proprio da quella forma, il profilo dell’isola di Carriacou, la terra da cui proveniva Caterina, la madre che lo crebbe.


La sovrapposizione dell’isola di Carriacou, la terra della madre Caterina, non si esaurisce nel racconto biografico delle origini di Leonardo: l’opera diventa una sintesi sublimata del suo pensiero universale, dove la storia sacra dei testi biblici e la sua vicenda personale si specchiano l’una nell’altra. È una doppia valenza che compone un vero Teorema.
Le due madri della sua origine, colei che lo generò e colei che lo crebbe, trovano un parallelismo diretto nel mistero stesso del Nuovo Testamento: “Gesù nato da madre vergine per opera dello Spirito Santo”, origine insieme umana e altra, carnale e trascendente. Leonardo colloca qui Cristo tra le due madri, quella che lo ha generato e quella che lo ha cresciuto, non come semplice citazione iconografica, ma come confessione cifrata: nel mistero della doppia maternità di Cristo, Leonardo riconosce e trascrive il proprio.
Non è un caso che l’isola tocchi qui il piede del Bambino, proprio dove la mano di Gesù sfiora l’agnello, l’Agnus Dei, la vittima sacrificale che nella tradizione iconografica annuncia già la Passione futura. Se l’isola è l’origine, la terra di Caterina, la radice biografica di Leonardo, collocarla qui, al contatto tra il piede che dovrà camminare verso il sacrificio e l’animale che lo prefigura, significa saldare ancora una volta le due storie: l’origine privata dell’artista e l’origine sacra del racconto che dipinge. Il Teorema si chiude su se stesso, la nascita e la fine, la madre e il sacrificio, nello stesso punto del dipinto.
Come ogni teorema, l’opera non impone una conclusione: presenta la possibile soluzione di un mistero, e lascia a chi guarda il compito di congetturare tutte le variabili. Due madri per Gesù, quella che lo concepisce per opera dello Spirito e quella, terrena, che lo alleva nel mondo, due madri per Leonardo: Dianora Tornabuoni che lo genera e Caterina che lo cresce. Non è una sovrapposizione casuale di simboli: è un’immagine costruita con volontà precisa, che stravolge deliberatamente il racconto dei testi sacri per farvi entrare, codificata, la propria storia. Leonardo non illustra il Vangelo, lo riscrive dall’interno, usando la sua struttura per dire ciò che nessun documento avrebbe potuto custodire.
Le variabili che il Teorema lascia congetturare sono molteplici, e ciascuna apre un piano di lettura diverso. C’è la variabile della carne e dello spirito: il parallelismo tra Sant’ Anna e Dianora che corrisponde al mistero o il segreto, Maria e Caterina a tutti gli effetti madre che cresce il proprio figlio. Dianora genera nella carne, eppure entrambe restano origini che il racconto ufficiale non può dire apertamente, l’una per mistero teologico, l’altra per convenienza sociale. C’è la variabile della cura: Anna che affianca e sostiene, Caterina che alleva e cresce, le madri seconde, quelle che il tempo rende visibili mentre le prime restano sullo sfondo, quasi cancellate, eppure necessarie perché tutto abbia inizio. C’è la variabile del luogo: la terra sacra dei Vangeli e l’isola reale di Carriacou, il Mediterraneo del mito e i Caraibi della biografia, geografie lontanissime che Leonardo fa combaciare nello stesso gesto pittorico. E c’è la variabile del silenzio: ciò che nessun testo, sacro o notarile, poteva registrare, e che solo l’immagine, muta, ambigua, capace di dire due cose insieme, poteva custodire senza tradire nessuna delle due.
È in questo intreccio di variabili, mai risolto del tutto, che il Teorema mostra la sua natura: non una dimostrazione chiusa, ma un invito a leggere ogni dipinto di Leonardo come equazione a più incognite, dove la soluzione non è mai una sola.
C’è, in questo gesto, qualcosa di più radicale di una semplice confidenza cifrata: è un atto dissacratorio. Ciò che non poteva essere detto a parole nel suo tempo, né la propria nascita illegittima, né un dubbio sull’origine stessa del racconto evangelico, trova nella pittura l’unico spazio dove la censura non arriva, perché l’immagine non afferma, allude. È il neoplatonismo rinascimentale, la lezione di Ficino e dell’Accademia fiorentina, a offrirgli lo strumento: l’idea che la verità più alta non si dica mai direttamente, ma si veli sotto il mito, sotto la forma sensibile, accessibile solo a chi sa guardare oltre la superficie del racconto sacro. Sotto quel velo neoplatonico, Leonardo può permettersi ciò che nessun teologo del suo tempo avrebbe osato: avvicinare il mistero della nascita di Cristo al mistero, tutto umano e tutto suo, di una nascita taciuta, di una madre nascosta dietro un’altra. Non è eresia dichiarata, è eresia dipinta, protetta dall’ambiguità stessa dell’immagine, l’unica lingua in cui il suo secolo gli permetteva di dire il non dicibile.

Maurizio Pecorari 14/08/2026
